Il sentiero del gusto

 


Val Rugova. Foto © Camilla de Maffei  

 Tra gli obiettivi specifici del progetto

- aumentare sensibilità e ownership locale da parte degli abitanti verso tematiche come la preservazione della biodiversità e la sovranità alimentare, attraverso attività di valorizzazione e sostegno ai produttori locali quale strumento di sviluppo endogeno del territorio

- sostegno alla nascita di reti locali all’interno dei/tra i territori coinvolti nel progetto da inserire all’interno di reti regionali ed europee legate alla rete Terra Madre di Slow Food

- promozione a livello nazionale ed europeo di percorsi di turismo enogastronomico stimolando in tal modo lo sviluppo locale di queste zone agganciando le attività economiche tradizionali all’economia del mercato turistico

I territori coinvolti

I territori coinvolti sono la Val Rugova e la valle di Dečani (Kosovo occidentale); le comunità di Lepushe, Tamare, Selce nella regione del Kelmend (Albania settentrionale).

Queste zone montane, accanto alle difficili condizioni socio-economiche in cui versano le proprie nazioni di appartenenza – economie locali che faticano a decollare, povertà diffuse (specie tra le fasce anziane della popolazione) e tassi di disoccupazione molto elevati (in particolare giovani e donne) – soffrono ulteriormente a causa della loro posizione geografica: situate a medie ed alte altitudini, si trovano isolate a causa di linee di trasporto molto carenti, sono scarsamente dotate di servizi pubblici e sociali nonché caratterizzate da un progressivo degrado del patrimonio forestale ed in generale dell’ambiente.

Nelle zone rurali l’unica via d’uscita sembra essere l’emigrazione, diventata paradossalmente la maggiore risorsa economica del paese. L’esodo rurale, e soprattutto l’abbandono delle zone montane alla ricerca di una sistemazione quasi sempre illegale alla periferia delle grandi città, rimane ancora un fenomeno incontrollato, con serie conseguenze sia sul piano sociale, sia su quello economico ed ambientale. Accanto al rischio spopolamento, il disboscamento deregolato e una scarsa sensibilità ambientale stanno mettendo a rischio la biodiversità dell’area.

Nel nord dell’Albania, i tassi di disoccupazione si attestano attorno al 20% con un picco significativo nelle zone rurali e montane. Nel comune di Kelmend, al cui interno fa parte il villaggio montano di Lepushe, a fine 2007 le persone che potevano contare su un reddito da lavoro erano 78, nemmeno l’1,5% della popolazione residente e quasi unicamente dipendenti della pubblica amministrazione. L’emigrazione assicura buona parte delle risorse finanziarie di cui dispongono le famiglie, mentre quelle che usufruiscono del sussidio mensile di assistenza sociale sono il 63% (VIS, 2009). Ultime stime riportano che solo dal Kelmend tra il 2013 e il 2014 ben 600 persone hanno lasciato la valle. Un esempio di spopolamento di queste zone montuose viene dalla vicina Thethi: delle 249 famiglie che vivevano nel 1991, ne sono rimaste 60, e solo 8 si fermano nel villaggio anche durante il periodo invernale.

Per quanto riguarda l'area montana del Kosovo, il fenomeno di abbandono dei villaggi alpini è ancora più marcato, fortemente influenzato dal recente conflitto (1999-2000). A titolo esemplificativo si prenda il caso della Val Rugova, a ovest della città di Peja-Peć. Dei 28 villaggi esistenti censiti nel 1991, ne rimangono popolati solo 13, alcuni sono stati completamente distrutti dagli eventi bellici, altri semplicemente abbandonati. E di questi 13 solo 5 sono abitati per tutta la durata dell'anno. Altro dato che influisce negativamente sulla ripresa economica dell'area è la drammatica situazione dell'occupazione, che si attesta per il Kosovo Occidentale sul 38%, secondo le stime più rosee (Ministero Sviluppo Economico della Repubblica del Kossovo 2011), e sale fino a toccare quasi 42% nelle aree più disagiate del versante albanese. Va infine ricordato che queste montagne – specialmente il versante kosovaro – è ancora contrassegnato dalle recenti memorie legate alla guerra degli anni novanta. A causa delle conseguenze lasciate dal conflitto (in particolare riguardanti le segnalazioni danneggiate) i sentieri che collegano Kosovo e Albania sono ancora poco utilizzati, contribuendo in tal modo a rafforzare divisioni e barriere invisibili tra i due paesi.

Le potenzialità, tuttavia, non sono affatto trascurabili, specialmente per la disponibilità di un rilevante patrimonio paesaggistico, di culture e tradizioni locali (dall’artigianato ai prodotti caseari, alla musica) uniche in Europa e ancora tramandate oralmente di generazione in generazione. Purtuttavia il trend apparentemente inarrestabile di emigrazione verso i centri urbani di grandi dimensioni o all'estero rischia seriamente di provocare nel giro di qualche decennio la scomparsa di tale patrimonio materiale e immateriale.


Gente del Kelmend. Foto © Camilla de Maffei  


Le ricchezze enogastronomiche di Albania e Kosovo, tra vincoli ed opportunità


Per quanto concerne i prodotti tipici e le unicità enogastronomiche, in generale le filiere produttive maggiormente interessanti per quanto riguarda l’area sede di implementazione del progetto sono: erbe officinali; funghi; grappe; marmellate; sciroppi; miele; prodotti caseari come il Mishavine nel nord dell’Albania da poco diventato Presìdio Slow Food: un formaggio vaccino fermentato che, insieme ai crauti, la carne di maiale e il raki, fornisce il sostentamento necessario a resistere durante inverni rigidissimi.

In Kosovo al momento dell'inizio delle attività progettuali (luglio 2013) non era presente alcun convivium o comunità del cibo di Slow Food, solo recentemente è stato aperto un convivium a Prizren e da fine novembre 2015 anche il nostro convivium "Dukagjini".

Parzialmente diverso il caso dell’Albania, dove nel corso degli ultimi anni grazie al lavoro delle ONG italiane CESVI (che opera nella zona del Permët, Albania meridionale) e VIS (partner del progetto, da anni attiva nella regione del Kelmend) sono nate diverse comunità del cibo e convivia: proprio nei giorni in cui a Peja/Peć veniva inaugurato il Convivium Slow Food Dukagjini (3 dicembre 2015), nel Kelmend, presso il villaggio di Tamare, si festeggiava la nascita del convivium Slow Food Kelmend. Per quanto riguarda i presìdi, troviamo il Gliko di Permët (Albania meridionale) e il già citato Mishavine. Infine va segnalato il lancio dell'Alleanza Slow Food dei cuochi albanesi nonché la prossima organizzazione a Tirana della quarta edizione di Terra Madre Balcani (2-5 giugno 2016).

Come ha scritto Matteo Vittuari in "Balcani bio. Attori, politiche e istituzioni: una prospettiva regionale" (Osservatorio Balcani e Caucaso, 2011), non solo Albania e Kosovo ma più in generale i paesi dell'Europa sud-orientale condividono vincoli ed opportunità nel settore agricolo e agroalimentare. Analizzata da questo punto di vista, la transizione infinita in cui tutt'oggi sono immersi questi stati ha visto un generale abbandono dei terreni agricoli, fenomeno questo più acuto in Albania e Kosovo per due differenti ragioni: nel caso albanese dovuto ad alcune distorsioni durante il processo di decollettivizzazione e redistribuzione delle terre che ha provocato insicurezza fondiaria e disincentivato gli investimenti; in Kosovo (come pure in Bosnia-Erzegovina) tale fenomeno di abbandono è una conseguenza dei conflitti degli anni novanta, con intere comunità costrette ad abbandonare le proprie terre e molto spesso mai più tornate ad abitarvi. Parallelamente proprio il settore agricolo continua a ricoprire un fondamentale ruolo di ammortizzatore sociale, ben visibile nel numero elevato di piccole unità produttive orientate alla sussistenza o semi-sussistenza. Inoltre in uno scenario caratterizzato da aziende abbandonate, infrastrutture danneggiate e macchinari obsoleti, paradossalmente il biologico può essere una possibilità concreta in quanto l'agricoltura locale non utilizza né pesticidi né fertilizzanti, ma soltanto terra e lavoro.

Venendo al versante delle scelte di policy, sia in Albania che in Kosovo negli ultimi anni sono stati varati Piani d'azione e strategie per lo sviluppo agricolo, di solito supportate dall'Unione Europea. In Albania per esempio nella strategia per lo sviluppo agricolo 2007-2013 era presente un piano d'azione con due tipologie di sussidi poi attivati: contributi a copertura del 50% dei costi di certificazione; sovvenzioni per l'utilizzo di trappole ecologiche per la difesa antiparassitaria dell'ulivo.


Pita al formaggio. Foto © Camilla de Maffei  

 

La scommessa di un turismo enogastronomico sostenibile

E' noto come il turismo, in particolare quello che è volto a coinvolgere attivamente l'economia locale (produttori, agricoltori, servizi in genere), rappresenti un importante stimolo alla ripresa economica, alla rivitalizzazione socio-culturale di aree marginalizzate e/o isolate come quelle interessate da questo progetto. Il turismo sostenibile può inoltre fungere da supporto nel diffondere filosofia e pratiche di Slow Food in quanto stimolo per le comunità locali a proteggere la propria diversità gastronomica nel momento in cui si accorgono che esiste curiosità e interesse attorno ad essa: niente di meglio che un gruppo di turisti affamati per preservare – e perché no anche rinnovare – le proprie ricette e produzioni tradizionali. Aumentando così autostima e orgoglio verso le ricchezze del proprio territorio.

Per questa ragione tra gli obiettivi del progetto abbiamo inserito anche l'ideazione, costruzione e organizzazione di due percorsi di turismo enogastronomico: il trekking "Il sentiero del gusto. Le alpi albanesi scrigno di sapori", primo percorso a piedi che unisce la Val Rugova e il territorio del Kelmend nonché i loro sapori e prodotti valorizzati dalla rete Terra Madre; un secondo viaggio in pullman dal taglio più culturale ad abbracciare anche la valle di Dečani con il suo splendido monastero e la città di Peja/Peć in Kosovo; il lato montenegrino del lago Scutari e la città omonima nel nord dell'Albania.

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